Quello che manca

La domanda da porsi non è se verremo fuori dalla pandemia, ma se verremo fuori dalla bruttura che invade il mondo

Luana Lamparelli Discorso per appunti
Altamura - martedì 22 giugno 2021
Immagine tratta dal film "Tempi moderni" di Chaplin
Immagine tratta dal film "Tempi moderni" di Chaplin © n.c.

Agli amanti manca sempre ciò che amano, quando non possono viverlo.

L’estate è  la possibilità di vivere ancora molte dimensioni sociali perse per la pandemia: il lavoro, i viaggi, il cinema, la normalità. Tutte fondamentali, secondo un ordine di priorità differente per ciascuno e inviolabile.

Poco più di un anno fa, ci dicevamo che certamente avremmo imparato molto dalla condizione di privazione e reclusione determinata dall’emergenza Covid-19. Eppure le recenti notizie di cronaca raccontano di una specie umana - ‘sta fauna, avrebbe detto Jep Gambardella - fedele a sé stessa e pure peggiorata. Studente sedicenne precipita da un mezzo e fa un volo di cinque metri, fino a schiantarsi, durante il PCTO (il nome attuale dell’ex progetto di alternanza scuola-lavoro); Seid muore suicida per l’odio negli occhi della gente che lo osserva; la situazione lavorativa stagionale (e non solo) vede criticità su più fronti; le etichette e le categorizzazioni risultano enfatizzate da chi reclama riconoscimento e dignità verso la propria identità, a dispetto di quel  “a prescindere da”; ci si appella persino alle fiabe, rinnegandone valore comunicativo e formativo, per tirar fuori una rabbia che è da contestualizzare, così come da contestualizzare sono  l’ironia di una lettura adulta e disincantata, o la riflessione più profonda sull’amore che è mistero e non calcolo. E sottolineo l’amore, non la violenza o l’abuso. In tutto ciò, un filo conduttore: la responsabilità dell’agire e delle scelte.

Fondamentalmente, abbiamo deciso di agire e scegliere così come prima del Covid-19: secondo criteri di sfruttamento, odio, non rispetto degli altri, appropriazione indebita di tempo altrui e di chissà quali altri beni preziosi non restituibili.

La domanda da porsi non è se verremo fuori dalla pandemia, ma se verremo fuori dalla bruttura che invade il mondo.

Sicuramente il troppo tempo tra le mura domestiche ci ha incattiviti tanto da dimenticare la vera umanità: che è fatta di compassione e responsabilità, appunto, insieme a capacità di immedesimazione e immaginazione circa le conseguenze del proprio agire, immedesimazione. Riflettere su queste significherebbe analizzare meglio i nostri sentimenti e in certa misura domarli, contenerli, trasformarli.

Il web è inondato di troppe parole e troppe suggestioni, mancano il tempo lento e il pensiero profondo. Manca il silenzio.

Attraverso questi pensieri, torno alle prime parole: “Agli amanti manca sempre ciò che amano, quando non possono viverlo”. Cosa amiamo davvero? Cosa davvero ci manca?

Si sono persi il contatto con il mondo reale e con sé stessi, dimensioni fondamentali per ciascuno e strettamente interconnesse tra loro. Tornare a ritrovarci diviene indispensabile. Alcuni luoghi possono aiutarci. Il cinema, per esempio, ma anche le strade e gli angoli più rappresentativi del nostro percorso di crescita. Il cinema ci porta nel mondo diverso e uguale al nostro, riconducendoci dentro di noi; le strade e gli angoli della città ci riportano a noi, a quelli che eravamo, divenendo così la memoria della nostra identità. Tra i luoghi, ne aggiungo uno in cui possiamo capitare per caso o per volontà: la poesia.

Un film su tutti è emblematico, in tal senso: Nuovo Cinema Paradiso, di Tornatore. In particolare, la scena in cui il protagonista, camminando dietro il carro funebre di Alfredo, giunge davanti al cinema che ha rappresentato la sua rampa di decollo come regista e lo trova abbandonato, mal messo, dimenticato dalla storia e dai concittadini. E poi la scena finale: quando, solo nella sala di proiezione per scoprire il contenuto della bobina riservatagli per lungo tempo dal buon amico, scopre l’enfasi dei finali a lungo attesi e mai visti, tutti i baci tagliati per la censura. Lì scopriamo la poesia: non la vediamo, non la sentiamo, non la tocchiamo: possiamo solo percepirla dentro di noi, sentirla invaderci come l’aria nei polmoni. Per ognuno, quella scena ha un significato, riconduce a un vissuto diverso e soggettivo, eppure è la stessa identica scena per tutti. Così è la poesia: ha parole, rime e versi per tutti, ma non pervade ciascuno con la stessa intensità. Il cinema si fa poesia e la poesia si fa cinema, pure, con le immagini e le suggestioni che crea. 

Il cinema parla attraverso linguaggi diversi, capaci di raggiungere le nostre idee e i nostri sentimenti: il linguaggio della musica e quello della parola. Tra questi due linguaggi, il cinema si pone e li supera col potere evocativo dell’immagine, che gli consente di conferire onnipotenza a qualsiasi oggetto, a prescindere da quale sia la nostra lingua e quella della pellicola. Nel cinema, ogni oggetto diviene universalmente e inequivocabilmente conosciuto e ri-conosciuto, a prescindere dal nome che possa essergli attribuito. E così gli oggetti consentono al cinema di parlare a tutti e creare un linguaggio universale, giungendo a ciascuno. Un oggetto qualsiasi, tra il potere della parola e quello della musica, può restituirci la poetica della narrazione cinematografica: quella che persino col silenzio della parola, procedendo soltanto per immagini e colonne sonore, narra, racconta, conduce altrove; quella capace, con una sola frase, di rimandare a più significati. Per quanto la polisemia della poesia non appartenga all’oggetto, ogni oggetto può caricarsi di vissuti personali ed emotivi, in modo unico e irripetibile, divenendo evocativo a sua volta, non per potere intrinseco ma per proiezione nostra su di esso. Una magia che tutti noi viviamo quando siamo soli con noi stessi, nel silenzio di camere vuote, e accarezziamo con lo sguardo non gli oggetti, ma i momenti di cui essi a noi soltanto raccontano e possono raccontare, insieme alle emozioni e ai sentimenti che la loro memoria custodisce.

Pensando al cinema, due figure spiccano tra tutte, alla luce della condizione umana che viviamo: Charlot di Chaplin e Rossella di “Via col vento”.

Charlot racconta vissuto interiore, condizione sociale, desideri e sentimenti; suscita empatia, commuove, rende compartecipe lo spettatore, senza usare neppure una parola. Ancora oggi incanta per l’eloquenza degli sguardi e dei sorrisi, commuove e incoraggia per la forte delicatezza dei gesti, della bombetta calcata sulla testa, del bastone da giocare tra le dita, andando via di scena di spalle: continuare il cammino sempre.

Rossella chiude il film che l’ha resa celebre, tra le protagoniste femminili di sempre, con la frase “Domani è un altro giorno”: che può essere di speranza per il futuro e accettazione rassegnata – o rasserenata - per l’oggi.

Attraverso il cinema, con le sue tecniche, potremmo tornare con lo sguardo, in piano sequenza, ad accarezzare oggetti che raccontano più di quel che sono, oppure scorci che narrano storie ormai sbiadite, eppure ancora vive, restituendoci parte di noi stessi e dell’umanità da salvare o nutrire. Al tempo stesso, potremmo sperimentare nuovi stati d’animo, acquisire nuove possibilità di lettura della realtà, sviluppare empatia e forse, chissà, una nuova coscienza che si faccia paladina della giustizia etica e morale.  Con la passione per il cinema - o il suo escamotage -, con la dedizione per la poesia - questa brevissima parentesi nella frenesia -, tra il potere immaginifico della parola, la capacità evocativa dell’immagine e della musica, possiamo riappropriarci di quanto abbiamo perso o scordato sul piano umano e relazionale, dell’autenticità e della capacità di convivenza. Sono discorsi che rimandano a ben altro: alle strategie e alle dinamiche politiche, ai discorsi inter-generazionali e alla necessità di riconoscere una dignità di diritti che non siano fondati sul genere ma sulla persona in quanto tale. È un discorso molto complesso, prendo appunti ormai da troppo. Al tempo stesso, non lo tratterò in termini politici, ma solo in termini umani: di relazione e confronto, ascolto e condivisione. Proverò a muoverlo attraverso nuove voci e cercando, tra le risposte, nuove domande. Tra le une e le altre, per provare ancora meraviglia, dovremmo tornare a guardare paesaggi e tramonti, a rincorrere la Luna tra i palazzi, a rifugiarci nel silenzio dopo lo spettacolo. Tra i titoli di coda e le considerazioni a margine che teniamo gelosamente per noi, una cosa è certa: possiamo riprendere posto e tornare a guardare la bellezza, o a crearla.

 

Buongiorno

Al suo paese Aziz è un ingegnere.

Qui fa il lavavetri a un incrocio,

ai semafori di via regina Magherita.

 

È abituato ai dinieghi Aziz, li scorge

oltre il parabrezza, a volte

somigliano a minacce.

 

Nessuno gli ha mai detto: Buongiorno ingegnere!

 

Del resto non è scritto

sulla bottiglia con l’acqua e con la schiuma,

sul raschiello, sulle mani e nemmeno

sul viso in bilico tra il sorriso e la disperazione.

 

Però nessuno gli ha mai detto neanche: Buongiorno Aziz!

A pensarci bene nessuno gli ha mai detto: Buongiorno.

 

(P. Polvani, Buongiorno, da Il mondo come un clamoroso errore, Pietre Vive Editore)

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